il programma
…a un commento d’autore…
verticale, alla ricerca proprio di ciò
che i linguaggi delle parole e/o delle
immagini non possono dire. L’indicibile
del linguaggio verbale diventa
possibile grazie a un dire archetipo
che mostra cose lontane e nascoste”,
come sostiene Renzo Cresti
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. Da qui
il percorso si colora di postmoderno,
la musica s’incrocia con altri percorsi,
l’oscuro incontra la diversificazione,
“generando un traffico di idee e (f)atti,
di coordinate e dinamiche che vanno
assimilate. […] Non v’è dubbio che oggi
il concetto di superficie abbia assunto
un valore del tutto diverso da quello di
qualche anno fa quando era sinonimo
di superficialità, approssimazione,
dilettantismo, stupidità”
7
. Si tratta della
superficie del suono a cui accennava
Solbiati (“il suono in sé”), oggi spesso
in primo piano nell’atteggiamento
compositivo delle nuove generazioni di
compositori. Se nel Moderno si parlava
di ricerca, attraverso il Postmoderno
si giunge all’Ipermoderno, dove la
strada principale, oggi, riguarda la
comunicazione.
I trent’anni di Trieste Prima sono stati il
luogo in cui si è voluto proporre e far
vivere la Nuova Musica, nella nostra
città, quale necessità interiore.
Corrado Rojac
La musica non è un’arte soltanto per gli
orecchi (che pure ne sono i destinatari
ultimi), ma anche per gli occhi.
Infatti, è proprio “vedendo” un
musicista suonare che ci si rende
conto del miracolo che quest’arte
rappresenta: produrre una sostanza
impalpabile, invisibile e, in fondo,
anche “indicibile” attraverso oggetti/
strumenti neanche poi tanto complicati,
manipolati da uomini e donne che,
spesso, nel tempo ne diventano
maestri. Maestri di abilità e tecnica
nel forgiare suoni preziosi o sequenze
mirabolanti. Quando accade, poi, che
quella tecnica magistrale sia messa
al servizio di un pensiero profondo e
di una cifra interpretativa che ci svela
inaspettati mondi poetici, allora è una
rivelazione che ci rimanda a dimensioni
solo intuibili, che ci conquistano.
È il gesto, quello sapiente, che mette
in relazione la vitalità dell’uomo con
l’inerzia dello strumento, facendolo
vibrare, risuonare, rendendolo a
sua volta “vivo” se non, addirittura,
estensione del corpo umano.
Il gesto, nelle sue diverse accezioni
e morfologie e, soprattutto quando
passa da uno stato elementare ad uno
più complesso e articolato, si connette
strettamente e, direi, in maniera
imprescindibile al suo esito estetico, a
ciò che chiamiamo “figura”.
Nella storia della musica si legge anche
un’interessante storia delle “figure”
musicali e della loro evoluzione dalla
quale è difficile prescindere.
Da Palestrina, Monteverdi, Marin
Marais, Tartini, Scarlatti, Mozart,
Beethoven, Paganini, Chopin, Liszt,
Debussy, Stravinsky, Bartók fino
all’ultimo ‘900 di Ligeti, Berio, Sciarrino,
Donatoni e poi Lachenmann e tutto
il movimento “saturazionista”, risulta
evidentissimo quanto il “gesto”, che
delle figure è ispiratore (ma si potrebbe
dire anche l’inverso), abbia assunto
un’importanza sempre più rilevante,
anche da un punto di vista concettuale.
Giampaolo Coral
6.
R. Cresti,
Ragioni e sentimenti nelle musiche europee dall’inizio del Novecento a oggi
, LIM,
Lucca 2015, p. 602
7.
Ibid., p. 698
Ivan Fedele
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