il programma
mus i ca e ges tual i tà
, ovvero…
…dalla valenza etica dei trent’anni del festival…
“Mi pare che la situazione di chi opera
nella musica contemporanea sia più vicina
che mai ad un certo mondo medievale.
Il ruolo dei compositori oggi somiglia
terribilmente a quello di quei monaci. Non
si tratta di non avere rapporti con la società
in cui stiamo vivendo, ma siamo davvero
diventati gli unici custodi di una cultura che
al mondo di oggi non serve e che bisogna
salvaguardare perché possa passare
indenne attraverso un periodo storico che
tende con tutte le sue forze a ignorarla e a
dimenticarla.”
1
François-Régis Lorenzo
“Agli inizi degli anni Settanta, dopo la
chiusura di «Arte Viva», espressione della
cultura triestina d’avanguardia degli
anni Sessanta, la musica nuova è stata
proposta a Trieste raramente, ai margini
di programmazioni stereotipe e prive
di contesto, avulsa dalla realtà musicale
cittadina, quasi per dover assolvere un
compito culturale verso il quale non ci
si crede affatto. L’Associazione Chromas
nasce esattamente quindici anni dopo
tale chiusura, con la netta sensazione
di operare in un deserto, in un periodo
in cui, nella musica, tanti dogmatismi
stavano crollando o si erano già dissolti.
È nata, perciò, con fini propositivi e
non con spirito di contrapposizione,
con intenti di maggiore apertura, in
particolare verso le più diversificate
forme estetiche che in quegli anni si
sviluppavano, senza ostracismi di sorta”
2
,
scriveva Giampaolo Coral, fondatore di
Chromas, in occasione del decennale del
festival.
Ci sarebbe piaciuto fosse stato egli
stesso a presentare i trent’anni del
festival, ma il destino ha voluto
diversamente. Giampaolo Coral è
scomparso nel 2011.
In uno dei suoi ultimi scritti, Musica
senza autore, edito in occasione dei
venticinque anni di Trieste Prima,
Coral rifletteva sul “mondo della
globalizzazione, nel quale la Ricerca di
Proust non si legge più e Il signore degli
anelli di Tolkien diventa un bestseller”
3
,
facendo eco al triste motto d’apertura di
François-Régis Lorenzo, ma postulando
poi una rinnovata vicinanza della
sensibilità del pubblico alla “necessità
interiore” a cui doveva rifarsi l’etica
del comporre musica. “Essenziale è
stato il dovere di crescere, il cercare
di far conoscere, ascoltare l’altro”
4
,
diceva Coral, descrivendo le ragioni
dell’operato di Chromas. È l’eredità che
abbiamo portato avanti sin dal 2011.
Nell’occasione del trentennale –
traguardo invidiabile che pochi festival
di musica contemporanea possono
vantare – avrei potuto fare un bilancio
del tutto positivo, ricordando il gran
numero dei compositori eseguiti, le
molteplici documentazioni sonore dei
concerti, le numerose iniziative di studio
e le tante riflessioni riguardanti la Nuova
Musica. Desidero, invece, soffermarmi
su alcuni aspetti fondamentali che hanno
caratterizzato Trieste Prima in tutti questi
anni.
Innanzitutto, Trieste Prima è stato
un luogo dove sperimentare e
sperimentarsi. Sperimentare nuovi
orizzonti sonori, anche se altri, anche se
oscuri, allargare il proprio spettro uditivo,
percettivo, e soprattutto intellettuale, nel
segno di quell’ecologia dell’ascolto che
più volte si sente invocare in una società
dove si è incessantemente attorniati da
musica di sottofondo. E sperimentarsi
nel senso dell’osservare le proprie
sensazioni relazionandosi a quella musica
che Alessandro Baricco e François-Régis
Lorenzo definiscono esiliata, quella dei
compositori-monaci descritta da Lorenzo
nel motto d’apertura quando parla di
“un esilio che spinge ognuno di loro a
riflettere in note e parole sulla propria
situazione socialmente marginale”.
Ma l’atteggiamento verso il nuovo
non dovrebbe essere alimentato dalla
pretesa di capire all’istante quanto
di esiliato, quanto di oscuro si profila
all’ascolto, bensì dal tentare di afferrare
una presenza che, a poco a poco,
dimorerà nel nostro profondo, rivelatrice,
magari in assonanza con quanto stiamo
indagando su noi stessi.
Il luogo che Trieste Prima offre è, come
l’ha definito Giampaolo Coral, oscuro
per necessità interiore. Il Secondo
Dopoguerra aveva sancito un impellente
bisogno di rinnovamento del linguaggio
musicale. “La lingua perduta era
quella immediata dell’acusticità pura e
semplice, era la perdita delle originarie
emozioni destate dal linguaggio ignoto
e pur reso familiare dalla propria
sintonia con l’oscuro che s’ammanta di
quotidianità: un rullar di tamburi, una
eco di fanfara, una ocarina pasquale
o un piffero natalizio, un cigolare di
cardini nel dormiveglia o un acuto
vibrare di campana nel nebbioso
crepuscolo invernale. La perdita del
suono arcano era in verità lo stato di
privazione del proprio Sé arcano, non
certo il superamento della pseudo-lingua
appresa nei manuali o la coscienza
storica della perdita”, scriveva Franco
Donatoni
5
. Da cui “l’ultima tentazione
linguistica”, come la definisce lo stesso
Donatoni, lo strutturalismo, di cui
quest’anno il mondo musicale ha perso
uno dei primi fautori, Pierre Boulez.
Per tracciare gli sviluppi della necessità
interiore citata, vorrei ricordare una
recente conversazione sulla musica
con Alessandro Solbiati. Il compositore
milanese ha affermato che, dopo
l’indagine sulla struttura, il pensiero
musicale si è volto alla figura e,
ultimamente, al suono in sé. Non ho
potuto fare a meno di riflettere sulla
riapparsa del “Sé arcano”, per usare
un termine donatoniano, e che ciò sia
avvenuto a Donatoni stesso, il quale,
da Etwas ruhiger im Ausdruck (1969) in
poi, passo dopo passo, riscopre la figura
musicale, cioè un frammento musicale
dal significato intrinseco. Istanza
che in Solbiati, allievo di Donatoni,
diventa fulcro poetico e immaginativo.
La musica ridiventa “un processo in
1.
François-Régis Lorenzo,
Frammenti sonori di un discorso politico
, un commento ad un testo
di Alessandro Baricco, dal libro di sala Trieste Prima 2007, p.47
2.
G. Coral,
Dieci anni di Musica Nuova a Trieste
, Trieste 1997, p.3
3.
G. Coral e M. Verzár Coral,
Al di là dei confini. Musica contemporanea a Trieste: 25 anni
dell’Associazione Chromas e del Festival “Trieste Prima”
, Rugginenti, Milano 2011, p.32
4.
G. Coral,
Dieci anni di Musica Nuova a Trieste
, cit., p.3
5.
F. Donatoni,
Questo
, Adelphi, Milano 1970, pp. 13-14
4
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