Trieste PRIMA 2026

il programma 9 8 Ancor oggi, nel ripensare ai ‘suoi’ anni Ottanta, mi tornano alla mente le parole sulla duplicità rivolte a Toby nel Tristram Shandy (1759-1767) di Laurence Sterne: «every thing [...] has two handles». Da indocile triestino, Giampaolo sapeva tradurre la metafora dei due manici nei due volti opposti della realtà locale: quello della memoria del buongoverno dell’Austria ante 1915, un tema che determinò a sua volta il riesame di una complessa Mischung della cultura mitteleuropea e levantina di Trieste, e quello della difesa dell’italianità a fronte della separazione del continente in due blocchi con la brutale cancellazione di un’entità geografica che era stata per secoli una vivida espressione dell’identità europea. Il confine, come scrisse Milan Kundera nel 1983, si spostò a ovest di centinaia di chilometri, per cui gli stati che geograficamente erano al centro si ritrovarono a oriente, e i popoli la cui civiltà apparteneva culturalmente all’ occidente divennero politicamente cittadini dell’est. Il progetto di Coral era semplice e ambizioso allo stesso tempo, ossia dare un’ opportunità di incontro alle avanguardie degli esclusi residenti nell’area est-europea, e di ospitare comunque tutte le figure di spicco che non avevano la visibilità o i mezzi dei colleghi facenti parte del quadrumvirato Germania, Italia, Francia, Inghilterra. Uno dei primi ostacoli da superare era la presunta unità delle arti. Presunta, poiché al largo favore concesso dal pubblico locale alle correnti della pittura moderna non corrispondeva un’accettazione altrettanto lusinghiera delle partiture più attuali. Da assiduo frequentatore dei vernissage, e delle rassegne storiche delle arti figurative, capì che quello iato inspiegabile si poteva assottigliare, se non proprio chiudere. Fu così che per il ciclo di concerti di Trieste Prima del 1987 egli decise di far eseguire la sua Seconda sonata per pianoforte, algida e aniconica, nella versione con immagini geometriche in movimento proposta dal triestino Edvard Zajec, docente di Computer Graphics alla Syracuse University di New York. E si incamminò sulla medesima strada portando alla luce nel 1997 la musica e la pittura di Mikalojus Konstantinas Čiurlionis, l’artista lituano che nei primi anni del Novecento dipinse quadri astratti ancor prima di Vasilij Kandinskij, con il quale fu in contatto epistolare. Nel corso del quarantennio «Chromas» ha ideato una serie di incontri procedenti per blocchi quasi-tematici, mediante i quali si è appalesata una modernità variopinta, non più astringibile al novero delle avanguardie di Darmstadt, o alle sperimentazioni dell’IRCAM, o al neoromanticismo. E ha dato un contributo notevole a una cultura della musica che prescinde dalle classificazioni normative. Ivano Cavallini Ivano Cavallini (PhD), già professore di Storia della musica al Conservatorio di Trieste e di Musicologia all’ Università di Palermo, è membro dei comitati scientifici dei periodici Recercare (Roma), Arti Musices (Zagabria), De Musica Disserenda (Lubiana). Nel 1998 ha vinto il premio “Città di Iglesias” con il libro Il direttore d’orchestra: genesi e storia di un’arte (Venezia, Marsilio, 1998; Milano, Curci, 2023). Dal 2002 al 2007 è stato membro del comitato scientifico della Fondazione Levi di Venezia. Nel 2012 ha ricevuto la nomina di membro onorario per meriti scientifici dalla Società Croata di Musicologia. Nel 2026 è stato nominato membro ad honorem dell’antica Accademia Filarmonica di Bologna. Nel 2020, con la plaquette Fango pannonico: un paradigma populista per Miroslav Krleža (Edizioni Università di Trieste), ha ricevuto il premio Francesco Carbone-Experimenta Saggistica d’Arte. Ha organizzato gruppi di studio con il patrocinio di importanti istituti di ricerca in Italia, in Europa e negli USA. Si occupa di Incidental Music, di storiografia e dei rapporti tra la musica italiana e i ‘paesi slavi’ dell’Europa Centrale.

RkJQdWJsaXNoZXIy MjQ4NzI=