Trieste PRIMA 2026

il programma 7 6 , uno scritto d’autore Quarant’anni di attività ininterrotta sono un traguardo difficile da superare. Nemmeno Giampaolo Coral, l’ideatore e spiritus movens del Festival «Trieste Prima», sarebbe stato in grado di prevedere un impegno tanto assiduo da parte di un manipolo di brillanti musicisti che lo seguirono con fede assoluta anche dopo la morte. Ora, vien fatto di chiedersi come e quando iniziò quella singolare avventura. Una risposta concreta al quesito può essere suffragata da una concisa riflessione sulle molte cause che spinsero il maestro a impegnarsi in un’avventura i cui esiti erano tutt’altro che scontati. L’antefatto. Tra gli anni Settanta e Ottanta a Trieste si formò una schiera compatta di paladini della cultura centroeuropea, che cambiarono l’etichetta alla musica colta di repertorio con il passaggio dal focus sul canone classico-romantico a una diversa attenzione verso il ‘canone aperto’ della geografia della storia, allo scopo di porre in risalto l’appartenenza al circuito Mittel. Il transito non fu sempre felice, e non mancarono gli episodi di divulgazione da image d’Épinal, il cui trionfo avvenne con i tentativi di riassetto dei principi dello stile, creando paragoni scontati tra i grandi e i Kleinmeister come nella precedente storiografia. Ciononostante, fu un bene chiedersi se fosse corretto fermarsi ancora al trifoglio della Klassik (Haydn, Mozart, Beethoven), nonché alla Romantik di Schubert, Mendelssohn, Schumann, Liszt, Brahms, quando si poteva attingere alla musica di uno stuolo di compositori di vaglia meno noti, le cui opere erano degne di essere ricuperate e rimesse in circolazione. Il desiderio del nostos, ossia di un ritorno all’antica patria nel ‘mare’ degli Asburgo, cui diede sostanza la presenza fisica di autori come Gustav Mahler e Richard Strauss, valse a riaprire il dialogo con il passato parzialmente messo in discussione dal fascismo, che, a onor del vero, incoraggiò le avanguardie con la locuzione onnicomprensiva di «largo ai giovani!». L’orgoglio di una lunga appartenenza, riaffiorato dopo le turbolenze del penoso decennio 1945-1954, portò alla benefica riscoperta dell’anima multiculturale di una città tradita o, quantomeno incompresa, la quale, dopo essere stata il primo porto dell’impero, era diventata un suk balcanico, con il mercato a Ponterosso e i chioschi dei jeans, questi ultimi collocati senza vergogna davanti alla stupenda stazione ferroviaria di piazza della Libertà. Nel 1972, con la scomparsa prematura della pittrice Miela Reina, il consesso degli aderenti ad «Arte Viva» si disperse e venne meno qualsiasi forma di contatto fecondo con la musica contemporanea. Bisognò attendere ben quindici anni per la nascita di una nuova associazione, «Chromas», per restituire a Trieste un collante meno effimero con l’arte del suo tempo. Il merito di questa azione propulsiva spetta a Coral, la cui biografia si intreccia in modo indissolubile con la storia della città nella seconda parte del Novecento. Il primo ostacolo da abbattere era tuttavia la triestinità cucita sulla trama delle nostalgie asburgiche, che comportavano il rischio della museificazione della musica, costretta in un arco temporale che escludeva a priori le partiture delle nuove generazioni. Coral, dopo avere acquisito un’ ottima reputazione grazie a un numero consistente di riconoscimenti ricevuti in Italia e all’ estero, nel luogo natio visse per un lungo periodo in uno stato di atarassia apparente. In realtà si trattava di una pudica riservatezza, commista a repulsione verso il presente, bastevole ad amplificare le sue turbe esistenziali, dacché l’immobilità cui fu costretto il capoluogo giuliano dopo la guerra non risparmiò la musica contemporanea. Egli reagì a quella vistosa assenza e all’intimo mal de vivre, superando qualsiasi timore nei confronti di un tessuto urbano composto di comunità storiche diverse e di una importante minoranza slovena autoctona. Nel 1987, con una decina di sodali al seguito, creò l’associazione e il connesso festival citati sopra, che permisero di ascoltare una messe di composizioni sconosciute, scritte da personaggi di spicco dell’Europa centro-orientale e di molti altri paesi. Inoltre, ridiede vita al concorso di composizione «Città di Trieste» e fu lungimirante nell’aprire il dibattito sull’arte contemporanea con mostre e conferenze. Coral, novello Evémero contrario ad ogni forma di deificazione autogestita o casereccia, non avrebbe voluto gloriarsi dell’ardua impresa di tenere in vita una kermesse di musica del suo tempo, cui fece seguito nel 1991 la nascita del «Chromas Ensemble». Né avrebbe gradito la pubblicità gazzettiera prona a celebrare la salita al Parnaso di chi vanta il pubblico più numeroso. La barbarie dei conti al botteghino, ove oggi vincono il rap, il pop, la musica cinematografica, il musical, l’operetta, sino a scendere al repertorio sinfonico, cameristico, all’ opera lirica e al jazz, l’avrebbe rattristato. Da uomo pragmatico, talvolta bizzarro e confuso, talaltra deciso e sicuro di avere centrato l’ obiettivo, era sempre in movimento. Compariva e scompariva in silenzio come un gatto che teme il clangore. Quarant’anni Nuova Musica di

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