Trieste Prima 2022
il programma 7 Pavel Mihelčič (1937), nato a Novo Mesto, ha studiato composizione all’Accademia di Musica di Lubiana, completando gli studi nel 1963; si è perfezionato presso la stessa istituzione con il compositore Matija Bravničar, laureandosi nel 1967. Le sue composizioni portano spesso titoli programmatici: Stop Time , Timber Line , Blow up , Double Break , Free Lancing , Metulj (La farfalla), Bridge , Slike , ki izginjajo (Immagini che scompaiono), Prizori iz Bele krajine (Scene dalla Bela Krajina), Sen prve mladost i (Il sogno della prima giovinezza), Central Park in the Dark , Unanswered question , Srce (Il cuore). Pavel Mihelčič ha composto musica per diversi ensemble, ricorrendo spesso a motivi popolari. Lavoratore infaticabile, è stato critico musicale, insegnante e organizzatore di importanti manifestazioni concertistiche (Festival Musica Danubiana, Unicum, World Music Days). Ha curato numerose trasmissioni di musica classica per la Radio Nazionale Slovena. Dal 2001 è decano dell’Accademia di Musica di Lubiana. , un’introduzione al festival I cittadini vengono addestrati a cercare sui mercati, nel consumo, la salvezza dai propri guai, la soluzione ai propri problemi, e la politica si trova (anzi è pungolata, spinta, in ultima analisi costretta) a interpellare i propri governati come consumatori anziché come cittadini, facendo del consumo l’adempimento di un primario dovere civico… (Zygmunt Bauman, Cecità morale) Il festival Trieste Prima – Incontri Internazionali con la Musica Contemporanea giunge quest’anno alla 36 ma edizione. Traguardo ragguardevole che dà all’associazione Chromas, promotrice dell’iniziativa, un rinnovato vigore. Una forza propulsiva che risulta oggi più che mai determinante e necessaria; viviamo in un mondo dove, di fatto, tutto sembra risolversi con indicibile superficialità. Siamo convinti che continuare la nostra manifestazione è di assoluta necessità. Perché il nostro è un festival dedicato alla profondità dell’ascolto, è un festival dedicato a un’ecologia della percezione uditiva. Trieste Prima dev’esserci assolutamente, deve contrastare la deriva di questo mondo tempestato di musica futile. Viviamo in un mondo in cui una musica “di contenuto” si può ascoltare soltanto nella programmazione di qualche emittente radiofonica (o televisiva) a tarda notte. Prospettiva ingrata, alla quale ci opporremo con tutte le nostre forze. L’arte dei suoni è solo quell’arte che riflette su sé stessa, sin dalle prime linee melodiche del canto gregoriano, poi attraverso la polifonia francese di Perotinus e quella più tarda di Palestrina fino a Monteverdi, e Bach, e Beethoven e Brahms, passando per Mahler e Schönberg sino a Stockhausen, Berio, Donatoni, Boulez e fino agli ultimi nomi d’eccezione, tra cui si citi Uroš Rojko, di cui ancora diremo. Per cui continueremo ad avvicinare quest’arte al nostro caro pubblico, quel pubblico che ama riflettere sull’atto dell’ascolto e che negli anni non si è rassegnato al vuoto musicale che ci attornia. Il vuoto musicale di cui parliamo potrebbe essere, ad esempio, la musica che scivola via in sottofondo nei locali e nei supermercati. Ma anche la musica che i media vogliono farci sembrare “grande musica”, parlandone spesso verso la fine dei telegiornali, in doverose quanto fuorvianti pagine culturali, a causa dei meccanismi di cui si occupa Zygmunt Bauman, citato all’inizio di questo scritto. Di ciò si occupa anche Pavel Mihelčič. Quale momento riflessivo in seno al presente libretto, data la tematica della transfrontalierità, si è chiesto al decano dei compositori sloveni (Pavel Mihelčič è nato nel 1937), il permesso di pubblicare una delle sue Lettere. Si tratta di una delle numerose lettere che il Maestro diffonde tra gli amici, una sorta di meditativo diario personale. La lettera del 26 marzo 2020, scritta durante la pandemia che ha caratterizzato questi ultimi anni e che sembra non essersi ancora placata del tutto, riflette sulla banalità della musica che ci attornia abitualmente, ed è un libero flusso di considerazioni, un flusso vicino alla dimensione onirica di cui Mihelčič tratta e alla quale, come dice egli stesso nel post scriptum, si lascia andare, in un momento in cui la pandemia ci costringe ad avere “più tempo per riflettere”, in un momento in cui la pandemia “ci fa sognare più chiaramente, ravvivando le nostre passioni”. mus ica senza conf ini
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