TRIESTE PRIMA 2019

7 tradizione indiana, allo studio della metrica greca, e inoltre a Stravinsky e Debussy, Messiaen mira a sviluppare una concezione ritmica libera da ripetizioni simmetriche, dalla tradizionale regolarità delle battute, traendo ispirazione «dai movimenti della natura che sono liberi e di lunghezza disuguale». Composto in meno di sei mesi (23 marzo-8 settembre) nel 1944, il ciclo dei Vingt Regards sur L’Enfant-Jésus , dedicato a Yvonne Loriod, ha un posto di particolare rilievo nella musica pianistica di Messiaen, che già nel 1943 con le Visions de l’Amen per due pianoforti (i primi interpreti furono lo stesso Messiaen e Yvonne Loriod) aveva compiuto una svolta netta rispetto ai primi lavori per pianoforte solo. Composto negli ultimi mesi dell’occupazione tedesca di Parigi e finito dopo che la capitale era stata liberata, il ciclo dei Regards vi fu eseguito per la prima volta nel marzo 1945 da Yvonne Loriod. Il lungo testo introduttivo di Messiaen inizia così: “Contemplazione del Dio- Bambino, della mangiatoia e degli sguardi che si posano su di Lui: dallo sguardo indicibile di Dio Padre fino allo sguardo molteplice della Chiesa d’amore, passando per lo sguardo inaudito dello spirito di Gioia, per lo sguardo tenerissimo della Vergine, poi degli Angeli, dei Magi e delle creature immateriali o simboliche (il Tempo, le Altezze, il Silenzio, la Stella, la Croce)”. E finisce con queste parole: “Più che in tutte le mie opere precedenti, ho cercato qui un linguaggio di amore mistico, nello stesso tempo variato, potente e tenero, talvolta brutale, dalle disposizioni multicolori”. Si noti che regard , che qui traduco sommariamente con “sguardo”, ha in francese anche il significato di “rispetto” e “contemplazione”. Nell’introduzione e nei testi che accompagnano ognuno dei pezzi Messiaen descrive i procedimenti musicali ponendoli in rapporto con le verità teologiche che intende illustrare. Il tono di qualche spiegazione può apparire talvolta dottrinale, quasi da dottore della chiesa; ma all’ascolto anche chi non è “nato credente” difficilmente può sottrarsi alla fascinazione che si lega ad una tensione visionaria, alla ricchezza di colori e alla forza inventiva della scrittura pianistica, alle seduzioni di un mondo sonoro che conosce momenti di incantata semplicità accanto ad altri di estrema complessità, un mondo personalissimo, inconfondibile, anche quando se ne riconoscono alcuni ascendenti, come quelli prima citati, o come l’interesse per tradizioni musicali extraeuropee (che influenzarono il giovane Boulez). La scrittura pianistica richiede all’interprete un impegno mostruoso, evidente nei momenti più densi e violenti o virtuosistici, ma anche nella raffinatissima differenziazione di diverse gradazioni di pianissimo . Le diverse soluzioni formali andrebbero descritte caso per caso; ma che si tratti di una successione quasi a pannelli (come un’iconostasi), della insistita alternanza di due o più situazioni, della ripetizione variata e amplificata o anche di complessi artifici contrappuntistici, costante nei Regards (e in tutto Messiaen) è la vocazione a una visione statica, tesa a definire un tempo bloccato molto più che uno svolgimento o una dialettica. In alcuni pezzi il tempo sembra veramente fermarsi; ma non solo in questi Messiaen ne propone una visione sostanzialmente statica, contemplativa, non direzionale: da questa constatazione si potrebbe forse partire per sottrarre a generica vaghezza l’uso dell’aggettivo mistico a proposito del compositore francese. L’organizzazione complessiva del ciclo risponde a diversi criteri: c’è quello, di immediata evidenza, dei contrasti, della varietà dei caratteri e dei colori; ma non sono meno importanti la disposizione dei pezzi a cinque per volta e l’attribuzione di numeri di particolare significato simbolico. Gli sguardi primo, quinto, decimo,

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