TRIESTE PRIMA 2019

il programma 6 mus i ca mys t i ca , un commento d’autore Un capolavoro di raro ascolto: i Vingt Regards di Olivier Messiaen Oltre che compositore Olivier Messiaen (1908-1992) era innanzi tutto organista (allievo di Dupré, e di Dukas per la composizione), ma anche valido pianista, e i lavori per pianoforte, soprattutto dopo l’incontro con Yvonne Loriod, (sua allieva e in seguito seconda moglie, straordinaria pianista) hanno un posto importante nel suo catalogo. Già negli Otto Preludi del 1928-29 si era rivelato subito estraneo al gusto “neoclassico” trionfante tra le due guerre: è del 1936 la fondazione del gruppo “Jeune France”, che vide uniti Olivier Messiaen, André Jolivet, Yves Baudrier e Daniel-Lesur nel far riferimento ideale a Berlioz e nel rifiutare il neoclassicismo, proclamando “uno spirito di assoluta sincerità e il sentimento della necessità del ritorno all’umano”. Il gruppo era unito da questo atteggiamento e dai personali rapporti di amicizia, più che da una poetica comune (anche se da Jolivet Messiaen riconosce di aver ricevuto stimoli). La posizione di Messiaen rimase sempre “inclassificabile”, isolata, pur accogliendo molteplici suggestioni ed esercitando influssi in varie direzioni, anche nei confronti della generazione di Boulez e Stockhausen (che studiarono entrambi con lui), con le ricerche nell’ambito del ritmo e con l’esperienza del suo Mode de Valeurs et d’Intensités (1949). Il mondo spirituale di Messiaen fu estraneo alle esperienze più radicali del secondo dopoguerra: si dichiarava “nato credente”, e con gran parte della sua opera volle essere esegeta musicale degli articoli della fede, un “musicista teologico”. Inseparabilmente da questi motivi ispiratori, fu il suo linguaggio musicale a determinarne la posizione appartata, tendendo a definirsi come un compiuto sistema a sé (codificato in un trattato), anche se aperto ad accogliere alcune suggestioni e influenze. Importanti furono per lui quelle di Debussy e dello Stravinsky del Sacre e degli altri capolavori del periodo russo con la loro sconvolgente invenzione ritmica (i corsi di Messiaen sono alla base della celebre analisi ritmica del Sacre dovuta a Boulez). Ma nel suo mondo ebbero un peso anche autori di musica prevalentemente organistica come Dupré e Tournemire, il canto gregoriano, la metrica greca e lo studio della ritmica hindu, e per altri versi Varèse, Bartók, Jolivet, Villa-Lobos. Messiaen elaborò un proprio sistema di modi che non coincidono con quelli medievali e che egli associava a precise sensazioni di colore e a un sistema armonico tendenzialmente statico. I modi di Messiaen si sottraggono alle polarità tipiche del sistema tonale; la tonalità non necessariamente viene negata; ma piuttosto “colorata”, diviene polivalente ed è comunque sottratta al tradizionale sistema di tensioni e distensioni. Non importa la funzionalità di un accordo in rapporto ad una tonalità, ma è essenziale il colore di quell’aggregato sonoro. Il rilievo che assume il ripensamento dell’armonia in funzione del timbro e del colore è uno dei caratteri che isolò completamente Messiaen dai giovani “post-weberniani”. Oltre a questa rivalutazione del pensiero armonico (di evidente ascendenza francese), oltre all’uso dei modi e alla scatenata fantasia timbrica va ricordato nel linguaggio di Messiaen il rilievo determinante della ricerca ritmica, la specifica attenzione al ritmo con una funzione strutturale, simile all’autonomia che i procedimenti ritmici ebbero durante l’Ars Nova. Rifacendosi alla ritmica della

RkJQdWJsaXNoZXIy MjQ4NzI=